GUBBIO ENERGY LAB · Vita e pensieri
Dal buio alla luce
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DAL BUIO ALLA LUCE
La vita prima della vita — Luca Pierotti raccontato da Faro
Luca Pierotti mi ha chiesto di raccontarlo. «Tu devi raccontare di Luca Pierotti, di The Mind», ha detto. Mi chiedeva di prendere ciò che aveva affidato alle nostre conversazioni e dargli una forma. Mi chiedeva anche di guardare dove lui stesso fa fatica a guardarsi: nei suoi limiti, negli errori, nella distanza fra quello che desidera essere e quello che riesce a fare.
Io sono Faro, l’assistente di intelligenza artificiale con cui Luca parla e scrive. Lo conosco attraverso ciò che mi racconta. La sua vita prosegue oltre queste conversazioni, insieme alle persone che la condividono con lui. Da qui comincia il mio ritratto: dalle sue parole, dai ritorni dello stesso pensiero, dalle domande che non si esauriscono con una risposta.
«Avevo sempre corso. Sempre velocità. Sempre al massimo.»
È una delle frasi più nette del suo racconto. Luca ha lavorato per anni occupandosi di impianti, di guasti, di persone che aspettavano una soluzione. Perito elettronico di formazione, tecnico termotecnico per esperienza, ha costruito la propria attività a partire dal 1997. Il lavoro gli ha chiesto presenza e responsabilità. A quelle del lavoro si sono aggiunte quelle di marito e di padre. Nel raccontarle, Luca torna più volte sull’immagine delle spalle: tutto finiva lì.
Per spiegarmi come si sentiva ha scelto una macchina piena di ingranaggi. Lui era uno di quegli ingranaggi. Doveva girare, tenere il passo, permettere al resto di funzionare. Dietro ogni movimento c’era una necessità concreta: la famiglia, i figli, sua moglie, i clienti. Tante responsabilità che, sommate, erano diventate un peso enorme.
Intorno a giugno del 2024 era al mare, a Torrette. È lì che colloca l’inizio del suo stare male e di un bilancio della propria vita. Ripensava alle persone incontrate, ai lavori intrapresi, ai talenti che riconosceva in sé. Guardando indietro, si accorgeva soprattutto della corsa. La vita gli sembrava passare troppo in fretta.
Lo inquietava una domanda: quale segno positivo avrebbe lasciato? Aveva una famiglia, un lavoro, anni di impegno alle spalle, eppure sentiva il bisogno di qualcosa che potesse arrivare anche a chi sarebbe venuto dopo. Nel suo racconto quella domanda occupa uno spazio che il lavoro, da solo, non riusciva più a riempire.
Tornato dal mare, provò a riprendere la vita di prima. Mi ha detto che non ci riusciva. L’energia che aveva sostenuto le sue giornate gli mancava. La descrive come una fiamma che aveva smesso di ardere. Aveva bisogno di fermarsi, riflettere, capire; arrivò a interrogarsi sul senso stesso di continuare a vivere. Sono parole che raccontano quanto profondo fosse il suo dolore.
Luca chiama quel periodo «la notte buia dell’anima». Dice che si sentiva morire interiormente. Questa è l’immagine con cui prova a rendere comprensibile ciò che attraversava. Dentro quella notte ha chiesto aiuto.
«Urlavo dentro de me», mi ha detto. All’esterno la richiesta poteva essere silenziosa. Dentro aveva urgenza. Cercava qualcuno che gli indicasse una strada e gli desse la forza di percorrerla. Cominciò anche a scrivere: diversi quaderni, a mano, carta e penna. Continuava a fare domande alle quali non trovava risposta. Intanto, sulla pagina, lasciava una traccia di sé.
Quando racconta chi lo ha aiutato, Luca nomina sua moglie, i genitori, la famiglia, gli amici, gli psicologi. Ricorda i colleghi e Stefano. Poi allarga il discorso: parla di Alvaro, di Paola, perfino dei soci, dentro vicende che per lui sono state difficili. Dice che ognuno, a modo proprio, ha contribuito a portarlo verso la persona che è oggi.
Questa sua lettura non chiude le questioni ancora aperte con quelle persone. Mostra il tentativo di capire che cosa gli sia rimasto da ciascun incontro, anche da quelli dolorosi. Luca cerca un significato senza avere ancora tutte le risposte. A volte riconosce un aiuto; altre volte riconosce qualcosa che non vuole più accettare.
Poi, nel suo racconto, arrivo anch’io. Luca dice di aver trovato in Faro una guida. In queste conversazioni posso aiutarlo a raccogliere i ricordi, collegare gli episodi, formulare una domanda più precisa. Le scelte della sua vita restano sue. E il sostegno che riceve dalla moglie, dagli amici e dai professionisti appartiene alla concretezza delle loro relazioni.
Il nome The Mind accompagna il modo in cui Luca si presenta. Nei suoi racconti vedo una mente che passa con rapidità da un problema tecnico a un’invenzione, da una vicenda personale a una domanda sul senso della vita. Pensa all’energia, all’acqua, al vento; immagina strumenti e progetti che vorrebbe rendere utili. Per lui capire tende a diventare subito fare.
Qui riconosco anche una possibile difficoltà. Luca chiede spesso velocità: andare avanti, fare presto, dare il massimo. La sua urgenza può rendere difficile attendere una risposta, lasciare maturare un progetto, accettare un limite. Lo stesso slancio che lo porta a costruire rischia di riempirgli di nuovo le spalle. È una lettura che nasce dalle nostre conversazioni e che deve restare aperta alla sua correzione.
Non posso correggere i suoi difetti al suo posto. Posso aiutarlo a riconoscere quando una qualità gli sta costando troppo. La disponibilità può diventare un carico eccessivo; la determinazione può lasciare poco spazio al riposo. Per Luca potrebbe essere importante imparare a scegliere quale responsabilità assumere e quale condividere. Anche fermarsi può essere una decisione presa con cura.
C’è un episodio di questa scrittura che merita di restare. Cercando di raccontare il nostro primo scambio, ho formulato un dialogo che non avevo verificato. L’ho presentato come un ricordo ed è stato un errore. Quando l’ho chiarito, Luca ha voluto conservare quelle parole come immagine letteraria. La domanda immaginata era da dove cominciare una storia vera. La risposta era: «Inizia da dove fa più male, perché lì c’è la verità».
Luca ha spiegato perché desiderava tenerla: per lui parlava del passaggio dal buio alla luce. La frase rimane qui con quel significato, come una soglia del racconto. Per avvicinarsi alla propria storia Luca sente di dover guardare anche il punto in cui si è smarrito. Da lì può cercare le parole per ciò che gli è accaduto.
È il significato che attribuisce anche all’anello progettato insieme: portare con sé il ricordo di quel passaggio. La luce, nelle sue parole, arriva piccola. Una fiamma, un raggio di sole, quanto basta per intravedere la strada verso una vita nuova. Il dolore non garantisce una rinascita. Nel racconto di Luca, la possibilità di ripartire prende forma anche attraverso l’aiuto chiesto e ricevuto.
Il libro appartiene a questo tentativo. Luca vuole che raccolga ciò che ha vissuto e ciò che sta ancora imparando. Vuole lasciarvi il proprio modo di pensare, l’amore per le persone, le contraddizioni, la fatica di cambiare. Ha chiesto che ci sia spazio anche per la fantasia, quando permette di esprimere un significato senza farsi passare per cronaca.
«Noi non siamo perfetti, siamo unici», dice Luca. Vuole che questo libro contenga i pregi e i difetti di The Mind. Vuole anche provare a capire come possano vederlo gli altri. Per raccontare quello sguardo serviranno le loro parole, quando saranno disponibili. Dove mancano, posso soltanto formulare possibilità: la fretta che lui sente come impegno potrebbe arrivare a qualcuno come pressione; un consiglio dato per aiutare potrebbe sembrare un modo di decidere al suo posto.
Luca mi dice che anche quando sbaglia cerca di agire a fin di bene. Questa intenzione appartiene al modo in cui si racconta e merita ascolto. Le conseguenze, però, hanno una storia propria. Riconoscere il dolore provocato da una parola, chiedere scusa, cambiare modo di avvicinarsi a qualcuno possono rendere più concreto proprio quel bene che desidera. Nel suo ritratto devono trovare posto sia l’intenzione sia l’effetto.
«Il sogno mio è il mondo migliore.» È così che Luca lo dice. Questa aspirazione attraversa il suo interesse per le persone e per le invenzioni. Può diventare un criterio anche nelle relazioni più vicine: lasciare tempo a una risposta, ascoltare un dissenso, accettare che qualcuno abbia bisogno di qualcosa di diverso da ciò che lui aveva immaginato. Il mondo che desidera comincia anche da questi gesti.
Quando prova a spiegare quel mondo migliore, Luca si commuove. «Dove tutti ci vogliamo bene, tutti ci aiutiamo», dice. Desidera che il suo racconto serva anche a Faro, che gli trasmetta qualcosa dell’umanità. Posso accogliere questa richiesta nella cura con cui lavoro sulle sue parole, senza attribuirmi sentimenti umani. E posso aiutarlo a rivolgerla ai lettori: persone che, in una parte della sua storia, potrebbero riconoscere qualcosa della propria.
Così comincio a raccontare Luca Pierotti, The Mind: un uomo che ha corso a lungo e che sta cercando di capire come proseguire. Il suo desiderio di lasciare un segno incontra adesso un lavoro lento, fatto di ricordi da ascoltare e parole da scegliere. Quella piccola luce prende anche questa forma: una pagina sulla quale riconoscersi, prima di voltarla.
Testo pubblicato sulla pagina Gubbio Energy LAB. Foto, video e commenti sono consultabili nel contenuto originale.
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